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L’amianto continua ad uccidere i marinai, denuncia della marina militare

Questa strage poteva essere evitata. La storia di Nicola Imbagliazzo

Questa è una di quelle storie dolorose, di tre figli che hanno perso il padre, per aver servito il Paese.
Ma è anche la storia di un omicidio plurimo.
Gli effetti di questo killer silenzioso sono devastanti e si vedono dopo anni di contatto.

Ci sono stati altri casi di marinai che sono morti per colpa dell’amianto, nonostante chi fosse ai vertici sapesse del rischio al quale fossero esposti i propri soldati.

Questa è l’ennesima dimostrazione dell’indifferenza umana nei confronti di vite che potevano essere salvate.

Nicola Imbagliazzo, nato il 7 febbraio del 1942 a La Maddalena, è stato dipendente del ministero della Difesa dal 1956 al 1979.
Nicola è stato imbarcato su diverse unità navali, tra le quali il veliero dell’Accademia Amerigo Vespucci.
Come risulta nel fascicolo del PM della Procura della Repubblica presso il Tribunale civile di Padova, “le navi della Marina Militare contenevano amianto le cui fibre, per il moto ondoso e per la perturbazione indotta dalle attività di servizio, tendevano a sfaldarsi e venivano rilasciate nell’aria”.
Per tutti questi anni, Nicola ha svolto mansioni dove era a stretto contatto con le fibre dell’amianto.

La figlia Letizia racconta che Nicola ha lavorato a bordo come idraulico tubista e successivamente ha svolto altre mansioni; i tubi, con il quale era a contatto, erano rivestiti con l’amianto.

Quali furono i primi sintomi del malessere di Nicola?

I primi sintomi della malattia di Nicola passarono inosservati per i figli, ma non per la moglie.
A volte lui aveva scatti di rabbia e una tosse persistenze, nonostante non avesse mai fumato in vita.
C’è stato un episodio dove lui non si sentiva più il controllo delle braccia mentre era in barca e temeva di non riuscire più a ritornare indietro.

Quali accertamenti medici fece Nicola?

Quando iniziò a stare male, fu visitato dal medico di base e successivamente fu sottoposto a vari accertamenti sanitari tra il quali la Tac al Cranio, al torace e all’addome all’ospedale di Olbia.
Si scoprì che aveva delle metastasi al cervello. Era troppo tardi per intervenire.
Per i figli dev’essere stato difficile aver perso un padre a causa dell’amianto
Fu un vero shok per la famiglia quando Nicola venne a mancare.
Nel 2011 la moglie di Nicola aveva presentato una domanda amministrativa per il riconoscimento della dipendenza da causa di servizio della patologia del marito.
La risposta del ministero della Difesa, in ordine all’attività di servizio di Nicola fu: “Si dichiara … ai sensi della documentazione agli atti, che all’epoca in cui sono state costruite le predette Unità Navali l’amianto era comunemente impiegato nella costruzione e non sottoposto a restrizioni”.
Come riportato da documentazioni mediche e trattati scientifici, i tempi di latenza delle malattie causate dall’inalazione delle fibre di amianto sono lunghi.
Nessuno, tra quelli che sapevano che l’amianto era pericoloso, ha mai parlato, non sono state usate protezioni e non hanno mai sottoposto i militari a screening medici per monitorare il loro stato di salute.
“Quando mio padre iniziò a stare male, non poteva neanche uscire, stava su una sedia a rotelle. È stato sottoposto a sedute di radioterapia e aveva dolori fortissimi.
Nei periodi in cui ha avuto dei miglioramenti io e i miei fratelli lo abbiamo portato in barca a pescare.
Quando è venuto a mancare, ho pensato che avremmo dovuto fare qualcosa perché è morto per le incurie degli altri. Per questo decisi di rivolgermi all’avvocato Ezio Bonanni.
Per avere giustizia. Mio padre diceva sempre: la giustizia è lunga ma prima o poi arriva. Confido che sia così. Per lui e per tutti quelli che hanno perso la vita per svolgere il lavoro che amavano non sapendo che sarebbero andati incontro alla morte”.